Altro colpo di tosse…

8 novembre 2009

Eh, evidentemente non sono la persona giusta per mantenere un blog… non riesco a starci dietro. Ad ogni modo, son tornato qui motivato dal desiderio di fare un commento a margine della recente sentenza della Corte Europea sulla necessità di rimuovere i crocefissi dalle aule. Non c’è molto da dire, è una decisione ovvia e scontata in qualunque paese diverso dal nostro… ed infatti il governo italiano ha annunciato ricorso! Sbalordisce vedere un simbolo religioso derubricato dai suoi stessi “adoratori” a marcatore del territorio, un ruolo condiviso con la pipì dei cani… ho come l’impressione che un credente sincero sarebbe il primo a voler vedere applicata la sentenza europea, per sottrarre il suo crocefisso da questa disputa tutta temporale. Ma credo che di sinceri credenti ve ne sian ben pochi tra i marmi, i quadri e gli ermellini dei ricchissimi palazzi d’oltretevere…


2009 – Le cose non migliorano, anzi! Ma ci sarebbe un’idea…

3 gennaio 2009

Comincio con delle scuse!

Vedo che questo blog continua a essere visitato anche se l’ho abbandonato essenzialmente per motivi personali, ma non solo. “Appellolaico” E’ diventato un topos della laicità, a conferma che i blog non appartengono ai loro autori, ma alla comunità che raccolgono. Mi sento un po’ come un traditore.

Molti di voi avrebbero voluto sapere quale esito hanno avuto le 20mila firme. Giorni di lavoro di editing hanno prodotto un file stampabile enorme, che ho messo a disposizione dei 67 fisici. La visibilità mediatica non è stata enorme, ma le firme hanno avuto risonanza su diversi quotidiani nazionali: sono servite a non far sentire isolate quelle persone, a rompere l’accerchiamento: anche se non è apparso in modo visibile, hanno fornito uno scudo che ha interrotto immediatamente il linciaggio mediatico. Questo era lo scopo.

Ad un certo punto sono sparito. In realtà, sono sparito perché avevo un progetto, al quale ho lavorato per quasi due mesi, assieme ad alcune persone. Il progetto s’è arenato di fronte alle difficoltà giuridiche (legge sulla privacy) e finanziarie. Molte delle persone cui m’ero rivolte si sono ritirate indietro, spaventate dal clima politico e culturale angosciante. Poi la pressione della vita, il lavoro, etc. e, rimasto solo, ho lasciato perdere tutto.

Adesso è venuto a scadenza il dominio che avevo acquistato, http://www.anagrafelaica.it, ed è stata l’occasione per ripensarci.

L’idea  parte dalla seguente, semplicissima constatazione; esistono tantissimi blog/gruppi/associazioni che si occupano di laicità, ma ciascuno riveste la laicità di una filosofia particolare: si puo` essere laici e atei, laici e cattolici, laici e protestanti, laici e buddhisti, laici ed ebrei, laici e musulmani, laici e agnostici… e si puo` essere laici di destra, laici di sinistra, laici di centro… e si puo` essere laici e anticlericali, ma anche  laici e praticanti… laici e razionalisti, oppure laici e sentimentali…  Invece  quasi tutte le realtà esistenti sovrappongono alla questione della laicità una qualche visione particolare, sia essa filosofica, politica o esistenziale.

La terribile conseguenza di siffatta situazione è la frammentazione: nessuna delle realtà esistenti, a quanto mi risulta, è pensata per cercare l’aggregazione ampia, ma tutte promuovono una visione ideale e quindi costituiscono una nicchia. E’ abbastanza tipico di una situazione dove le persone dibattono della loro visione del mondo: difficile spogliarsi di una parte della propria visione nello sforzo di definire un denominatore comune, che per sua stessa natura è riduttivo.

L’obiettivo che m’ero proposto era quindi di creare una struttura cui chiunque si riconoscesse a qualunque titolo, secondo una  qualsivoglia personale filosofia di vita e visione del mondo, nella laicità come necessità democratica per una fraterna convivenza civile, potesse afferire in libertà, senza dover contestualmente sottoscrivere affermazioni che con il principio di una società laica poco hanno a che fare.

Adesso vi espongo tutta l’idea, e poi aggiungero` alcuni commenti.

Lo strumento che avevo immaginato era quindi un’anagrafe laica, un servizio aperto a chiunque volesse dichiarare il proprio sostegno ad una società laica, a prescindere da convinzioni religiose, orientamento politico, visione del mono e della vita.

Insomma, contarci! Perché oggi nessun partito politico ha la forza o la volontà di farlo; chi come noi oggi si riconosce nella laicità oggi è sostanzialmenze senza rappresentanza, se non al prezzo di riconoscersi in qualche soggetto parzialissimo.

Quindi lo strumento che avevo pensato (e anche realizzato tecnicamente) era un portale, al quale ci si potesse iscrivere come laici; al quale si potesse richiedere un attestato di iscrizione (tramite posta certificata); sul quale fossero disponibili (previa autorizzazione degli iscritti) gli elenchi dei nominativi di coloro che volessero rendere pubblica la propria iscrizione; e che pubblicasse in tempo reale la consistenza del database. La scelta di un linguaggio “burocratichese” (anagrafe, attestato d’iscrizione, etc) serve a veicolare nel modo piu` evidente possibile la scelta di terzietà: niente passione, niente derive assembleariste, nessuna intenzione di creare un soggetto politico surrettizio.

Le difficoltà di questo progetto sono molteplici. La prima è: quale definizione di laicità; la soluzione è pero` a portata di mano. Basta indiviuare un insieme assai ristretto di proposizioni, da presentare come un test di laicità; ovvero non costituiscono un programma e non esauriscono in alcun modo le questioni sul tappeto, ma se sei d’accordo su di esse, sei certamente un laico. Una cartina di tornasole, insomma. Non è facilissimo, ma neanche impossibile. Ne avevamo ideate cinque, ma per il momento questo non è il problema piu` grosso. [questo “noi” è destinato a restare misterioso, visto che gli altri hanno abbandonato il progetto]

Il problema piu grosso di questo progetto è la gestione dei dati, sotto due profili: tecnico-giuridico e politico.

Tecnicamente, dopo lunghe disamine e consultazioni con giuristi, pare che la legge 196/2003 (codice sulla privacy) ci obblighi ineludibilmente a raccogliere le autorizzazioni al trattamento dati su carta (sebbene Stefano Rodotà, da noi all’epoca consultato, non abbia ritenuto di farci sapere la sua opinione). Questo vuol dire che se per esempio s’iscrivessero centomila persone in un anno, ci troveremmo con una pila di fogli (spessore 0.1 mm) alta come un palazzo di 4 piani. E si tratterebbe di smistare in media qualche centinaio di lettere/fax al giorno. Tutto questo vorrebbe dire una casella postale maxi, servizi di ufficio, un locale sicuro dove conservare l’archivio, sorveglianza, una persona che lavora a tempo pieno per aprire e catalogare le lettere. Insomma, diciamo grosso modo 100mila eur/anno.  Questo solo in conseguenza della legge 196. Chi a questo punto avesse voglia di dire “chi se ne frega, nessuno rispetta la 196”, a parte altre considerazioni di obbedienza alle leggi dello stato, farebbe bene a misurare l’entità e la determinazione delle forze potenzialmente  contrarie ad un simile progetto.

Basterebbe chiedere n<10 euro come tassa d’iscrizione all’anagrafe, e si sarebbe coperti; eventuali surplus potrebbero essere devoluti o accantonati per coprire le spese degli anni successivi (meno iscritti). Quindi questo si puo` risolvere, anche se non è faclissimo; resta in particolare il problema del finanziamento iniziale.

Politicamente, il problema non banale è la costituzione del soggetto che avrebbe la tiolarità dei dati raccolti. Per garantire il successo dell’iniziativa, occorre ideare una struttura blindata che garantisca chi s’iscrive all’anagrafe ch la sua desione non verrà usata surrettiziamente a scopi politici specifici. Inoltre, per il bene della democrazia, si deve impedire che il soggetto che detiene i dati diventi un incontrollabile mostro politico. I modelli possibili sono due: una piccola associazione di pochissime persone, oppure un’associazione ampia, tutti gl’iscritti all’anagrafe sono anche soci. In entrambi i casi, uno statuto blindatissimo che vincoli in maniera ineludibile l’uso dei dati, ed in particolare ne impedisca il trasferimento della titolarità ad altri soggetti, o che vengano usati a scopi diversi da quelli inizialmente previsti.

Io avevo scelto il primo modello, ma sono rimasto solo: pare che sia un peso troppo forte per poche persone. Forse hanno ragione, un piccolo soggetto potrebbe essere troppo indifeso  da pressioni esterne.

Quindi vorrei ripartire da qui, da questo piccolo blog semiabbandonato (per colpa mia) e vedere se si riesce a costituire un gruppo sufficientemente coeso e motivato per realizzare questo folle progetto possibile.


Ma, insomma, e Galileo?

31 gennaio 2008

Cari amici, eccomi al quarto post su questo blog. La marea ha raggiunto il massimo, poi s’è ritirata… ma l’acqua è sempre lí, ed è tanta.

In attesa di trovare un modo di dare visibilità alle nostre firme (magari dopo la soluzione della crisi di governo, ché prima non ci si fila nessuno), adesso che siamo a boccie semiferme vorrei lanciarmi anch’io nella disamina del pensiero di Joseph Ratzinger. Dopo tutto, nelle scorse settimane l’Italia pullulava di esperti di Feyerabend. Io, a essere sinceri, pur reputandomi solo moderatamente ignorante, di Feyerabend sapevo a malapena che esistesse un filosofo con un nome simile. Né oggi ne so molto di più.

Tuttavia so leggere, e so un po’ di fisica. Quindi mi lancio, senza troppe pretese, e mi direte che ne pensate.

Tutto parte dal famoso discorso di Ratzinger a Parma nel 1990, di cui in rete pare si riesca a trovare solo uno stralcio; potete ad esempio leggerlo sul Ratzinger fan club (spettacolare il sondaggio!).

Letto? Vi è piaciuto? A me pare che il discorso di Ratzinger sia abbastanza semplice, anche se la sua traduzione nell’italiano di tutti i giorni non è facile. Molto più delle citazioni io trovo preoccupante il testo originale dell’allora cardinale: “Nell’ultimo decennio, la resistenza della creazione a farsi manipolare dall’uomo si è manifestata come elemento di novità nella situazione culturale complessiva. La domanda circa i limiti della scienza e i criteri cui essa deve attenersi si è fatta inevitabile. Particolarmente significativo di tale cambiamento del clima intellettuale mi sembra il diverso modo con cui si giudica il caso Galileo.”

A me sembra chiarissimo e molto preoccupante: al posto dei 67 io avrei citato questa frase nella protesta al rettore! E’ una vera e propria affermazione programmatica, che non necessita spiegazioni.

Poi Ratzinger cita due autori, Bloch e Feyerabend, a sostegno della sua tesi che il caso Galileo viene valutato diversamente. Molti difensori di Benedetto XVI hanno contestato ai 67 professori la citazione della citazione di Feyerabend, variamente argomentando sul fatto che Ratzinger non condividesse le affermazioni di Feyerabend, pur citandolo. Io questa cosa non l’ho capita, pur avendola letta su molti giornali. In primis, Ratzinger prende come caso esemplare del suo pensiero proprio il dibattito sulla valutazione del caso Galileo. Proprio il caso Galileo, mica un altro! E cita proprio due autori che mettono in discussione, non importa con quali scopi e in quale contesto, il mito del caso Galileo. Mica se lo sono inventato i 67 fisici! Ratzinger non dice se condivida o meno quanto detto da Bloch e Feyerabend, ma il punto cruciale, per lui, è che se ne discuta. E quindi non cadiamo neanche noi nell’errore di commentare il merito delle frasi citate, anche se &grave; lecito pensare che le citazioni scelte non gli dispiacessero. Ma non entriamo nel merito, perché il vero obiettivo di Ratzinger in quel discorso era che ci fossero margini per abbattere Galileo dal suo piedistallo, e tanto gli bastava.

La strategia di attacco al prestigio della ricerca scientifica è evidente e dichiarata senza sotterfugi. E’ chiaro che a nessuno importa di una storia vecchia di tre secoli; parlare di Galileo è un parlare a nuora perché suocera intenda! Il vero problema è: cosa farebbe la chiesa romana se un caso analogo a quello di Galileo si presentasse oggi (mutatis mutandis)? Per esempio se si dovesse discutere di ricerca sulla staminali?

E’ il momento per accennare alla riabilitazione di Galileo voluta da Giovanni Paolo II. Vi segnalo prima un link interessante, gli atti del processo a Galileo, scaricabili gratuitamente dal sito ufficiale dell’archivio vaticano. Invece il succo delle conclusioni della “commisione Poupard” voluta da GPII sta tutto nel seguente brano: ” È in questa congiuntura storico-culturale, ben lontana dal nostro tempo, che i giudici di Galileo, incapaci di dissociare la fede da una cosmologia millenaria credettero a torto che l’adozione della rivoluzione copernicana, peraltro non ancora definitivamente provata, fosse tale da far vacillare la tradizione cattolica e che era loro dovere il proibirne l’insegnamento. Questo errore soggettivo di giudizio, cosí chiaro per noi oggi, li condusse ad adottare un provvedimento disciplinare di cui Galileo «ebbe molto a soffrire». Bisogna riconoscere questi torti con lealtà, come ha chiesto Vostra Santità.”

In sostanza, il processo fu ingiusto, secondo la commissione, perché basato su un errata valutazione teologica dell’impatto etico e teologico sulla fede cattolica. Ma a ben vedere, ragionando a contrario, questo vuol dire che, se la valutazione teologica fosse stata corretta, allora il processo a Galileo sarebbe stato giusto.

Insomma, non solo si riafferma il primato della fede sulla scienza (e fin qui…), ma si ribadisce implicitamente il diritto che la chiesa si autoconferisce di usare strumenti di coercizione di natura temporale, se necessario, al fine di garantire il trionfo della fede. Tout se tien.

Alla luce di tutto questo, il discorso che Benedetto XVI avrebbe pronunciato alla Sapienza diventa leggibilissimo; il filo diretto tra il discorso di Parma e quello della Sapienza è evidente: nella sua pontificia infallibilità il papa avrebbe coerentemente auspicato un’asimmetrica ricongiunzione tra fede e scienza, in chiave etica.


La marea

25 gennaio 2008

La lettera aperta di solidarietà ai docenti della Sapienza ha avuto un successo inimmaginabile. Ormai la raccolta firme volge al termine, la curva delle adesioni è in netto calo. A breve sarà chiusa, sbrigatevi. [AGGIORNAMENTO: LA RACCOLTA FIRME E’ STATA CHIUSA]

Nel titolo di questo post ho cambiato immagine, non più l’Everest, verticale, ma la marea, orizzontale, magmatica, lenta, immensa.

Questa incredibile marea diventerà un monito duraturo sulla questione della laicità; raccogliere decine di migliaia di firme in pochi giorni, senza l’aiuto dei giornali, solo per effetto del tam-tam della rete e della volontà dei cittadini (detesto la parola “gente”) di informarsi e dire la propria, testimonia potentemente l’ineludibilità della questione laica. Le nostre firme potranno venir passate sotto silenzio o vituperate, ma sono un dato di fatto. Adesso si dovrà capire come far emergere alla luce del sole vero, quello al centro del moto della terra, questa isola virtuale. Non sarà facile, ovviamente adesso l’attenzione di tutti è centrata sull’emergenza politica.

In Italia, l’irrisolta questione del rapporto tra stato e chiesa ha creato ciò che in politica è considerato un assurdo. Si dice che in politica non esiste il vuoto. Invece l’identità laica oggi in Italia è largamente sottorappresentata. La ricerca del consenso al centro, la paura di entrambi i fronti di non farcela senza il voto cattolico ha cancellato una semplice verità: che la laicità è un valore condivisibile e condiviso anche da molti credenti; che una politica sana e rispettosa di tutti è possibile anche con la cultura cattolica, non necessariamente contro. Che la laicità dello stato e delle istituzioni è un’idea armoniosa di patto sociale.

Purtroppo, la chiesa romana si è messa in marcia contro la laicità con rinnovato vigore sotto il pontificato di Joseph Ratzinger; la radicalizzazione anticlericale delle posizioni laiche, naturale reazione ad una politica culturale aggressiva della chiesa, sta facendo gioco a chi ha disegnato questo progetto, rendendo estremamente difficile ad un credente di smarcarsi, di manifestare un civile dissenso all’interno della propria comunità. Il dialogo all’interno del mondo cattolico appare ingessato, e la radicalizzazione anticlericale trasforma il gesso in cemento. Forse stiamo leggendo come aggressiva verso l’esterno quella che in realtà è solo una politica di contenimento interno.

Il degno compagno di strada di un simile percorso è un’informazione in parte controllata, in parte conformista e priva di spina dorsale.

***

Vorrei dedicare l’ultima parte di questo post ai giovani, mi perdonerete questa piccola deformazione professionale di insegnante. Chi insegna a scuola, chi ha figli in età scolare, ma soprattutto voi stessi, giovani che andate a scuola: tutti insieme sappiamo che il problema principale, a scuola, è la disciplina (uso ancora questa vecchia, cara, negletta parola). Disciplina non tanto nel senso di obbedienza e sottomissione, ma di capacità di interpretare: il rispetto delle istituzioni, il rispetto del lavoro, il rispetto del sapere, il rispetto di sé. In ordine crescente di importanza. La verità: la tristissima verità è che tutto questo è colpa nostra al 70%, colpa della società degli adulti. Basta vedere la televisione, sputi nel parlamento, parole irripetibili, spintoni,… domani io come faccio a entrare in classe e arrabbiarmi con voi, se fate le stesse cose?

Purtroppo la maggior parte dei vostri tanti difetti viene dalla società degli adulti. Ma il 99% della piccola speranza di questo paese di risalire la china dipende da una vostra scelta. Se riuscirete a provare schifo per tutto questo, ma anche a non cadere nella facile via di fuga dell’indifferenza, allora c’è speranza per il futuro.

Vi prego, non diventate come noi. Siate meglio dei vostri insegnanti, dei vostri genitori; più seri; più capaci di mantenere la disciplina di sé. Chiedete più di quanto vi viene offerto. Purtroppo oggi solo questo sarebbe veramente dirompente, anticonformista, rivoluzionario. Perch´ oggi essere volgari, animati da bassi istinti, irrefrenabili nei modi, maleducati ed irresponsabili è molto più che conformista; è istituzionale! Ragazzi aiutateteci, non ce la facciamo più!


L’Everest

22 gennaio 2008

Questo articolo nasce vecchio; abbiamo già abbondantemente superato quota 8000 e sfioriamo, nel momento in cui scrivo, i 10000 (al lordo però delle firme anonime, i falsi evidenti etc, che devo ancora ripulire). E’ un numero pazzesco, per una iniziativa a tam-tam popolare. Un buon soggetto di studio per una tesi in sociologia politica. Vi ricordo il link della lettera aperta: www.petitiononline.com/386864c0/petition.html.

Ho sentito molte persone, anche su questo blog, sollevare critiche ben argomentate sull’iniziativa dei fisici. I temi di critica sono essenzialmente due, ben espressi da due commenti molto lucidi: che (1) non è vera l’equazione invito=asservimento e che (2)sia stato tutto controproducente. Secondo me su questi punti sarebbe utile riflettere (qualcuno l’ha già fatto rispondendo a quei commenti, andate a vedere).

Sul punto (1), ritengo che il nodo della questione sia quello, sottile, di quale significato abbia, o dovrebbe avere, l’inaugurazione dell’anno accademico. Durante quella cerimonia, l’Università dovrebbe guardare dentro sé stessa, e definire i propri obiettivi per l’anno anche in relazione ai propri rapporti con la società. Non esiste una regola certa su come comportarsi, chi invitare e chi no, e sulla base di quali criteri; ma certamente un criterio non puo` ridursi al “non mi piace quello che ha da dire”, perché non sarà mai possibile invitare qualcuno che piaccia a tutti, e soprattutto perché è un concetto troppo contiguo alla censura e all’impedimento della parola.

Ricordo gli anni in cui ancora si rispettava la bella tradizione che a parlare alla Sapienza fosse sempre il decano dell’università; questo era un criterio chiaro e semplice, una tradizione che venne (giustamente, anzi a maggior ragione) rispettata anche quando il decano era lo storico revisionista de Felice, sempre duramente contestato. Adesso vanno in voga scelte più “pubblicitarie”; si sente parla re dell’inaugurazione più come di un evento, uno happening, piuttosto che come di una cerimonia. Si cerca di invitare un nome noto per ragioni pubblicitarie, e certo a questo scopo chi meglio del Papa?

Secondo me i nodi da sceverare sono parecchi. Intanto è evidente a tutti che la volontà di partecipare al dialogo da parte del papa è asimmetrica: il papa è felice di rilasciare una lectio magistralis, magari in un contesto solenne, ma non lo vedremo mai seduto ad una tavola rotonda, e men che meno partecipare a Porta a Porta o a Ballarò; fa ridere solo l’idea, semplicemente non è cosa. Nè vedremo mai uno scambio di opinioni tra il papa e un suo avversario. Chiunque altro che non fosse il papa avrebbe risposto personalmente (magari anche molto duramente, e forse persino con qualche buona ragione) a Cini, intavolando un vivace scambio di opinioni; ma questo non è accaduto e fa sorridere anche il solo ipotizzarlo. Il massimo che possa accadere, quando accade, è un dialogo per cosí dire clandestino, per interposto cardinale o giornalista curiale. Ecco, questo del rifiuto aprioristico del dialogo e del confronto mi sembra già un eccellente criterio di esclusione.

Molto delicato, perché opinabile sotto vari aspetti, è il tema della evidente strategia di attacco agli spazi laici da parte della chiesa romana. Ovvio che temere questo è un’implicita affermazione di debolezza. Il papa può dire ciò che vuole, ma non ne ho paura; resto libero di dissentire. Se ne ho paura al punto di volerlo azzittire, sto mettendo la mia paura sopra la libertà di parola, ed è sbagliato. Questa è un’obiezione potente. Ma qui non si tratta affatto di azzittirlo o meno; si tratta di riconoscerlo. La venuta del papa all’inaugurazione non sarebbe stato un dare la parola, perché il papa non ha bisogno che gli si dia la parola: ce l’ha! Qull’evento sarebbe stato un riconoscimento! O meglio, uno sdoganamento. Il papa forse non è più venuto perché questo obiettivo era comunque fallito.

Questo ci porta al punto (2). E’ vero che sarebbe stato molto meglio che tutto questo non fosse successo. Ovvero sarebbe stato meglio che quell’invito non fosse mai stato fatto, e qui ricadiamo sul tema delle responsabilità del rettore. Ma dire che l’azione dei fisici è stata controproducente e si sia tradotta in una sconfitta della laicità è decisamente riduttivo. Ragionando a contrario, cosa sarebbe successo se il papa avesse partecipato all’inaugurazione senza proteste (salvo ovviamente i soliti quattordici scalmanati che non mancano mai)? Sarebbe passata nell’immaginario collettivo, sui media, l’immagine di un’università che si pone sotto l’ala protettiva del papa, guida spirituale e grande intellettuale in sintonia con la cultura laica più aperta. Questo papa in difetto di consenso avrebbe, agli occhi di molta gente, assunto una statura gigantesca. Un fatto epocale. I cittadini avvertiti avrebbero fatto forse il distinguo che l’asservimento non consegue dall’invito, ma l’impatto mediatico (sapientemente orientato) sarebbe stato fortissimo. Ci sarebbero state proteste e critiche a posteriori, che sarebbero state bollate come rottami ideologici, in un clima da tribuna di stadio; immaginate solo per un attimo cosa sarebbe successo, Ratzinger è stato a un pelo da un colpaccio incredibile. Sicuri che sarebbe stato meglio non dir nulla?

Resta ovviamente il fatto che si tratta di una brutta storia, che si sarebbe potuto facilmente prevedere d evitare. Bastava non fare l’invito.

Questi i temi che propongo. A voi la parola.


Solidarietà ai docenti della Sapienza a difesa della laicità del sapere

20 gennaio 2008

Benvenuto su Appello Laico; questo blog nasce sull’onda della lettera di solidarietà ai docenti della Sapienza, relativa alle polemiche suscitate dalla mancata partecipazione di Papa Benedetto XVI, al secolo Joseph Ratzinger, all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Roma “Sapienza”. E’ mantenuto dall’autore della lettera.

Se non l’hai già fatto, puoi leggere ed eventualmente sottoscrivere la lettera seguendo questo collegamento.

Questo blog è moderato. Si prega di evitare volgarità, insulti, attacchi personali e affermazioni violente. Siccome lavoro, in genere non riuscirò a smoderare più di due volte al giorno.

Vorrei iniziare il dibattito sull’unico punto della lettera di solidarietà che è stato contestato (debbo dire da pochi) firmatari. Ovvero la frase di apprezzamento alla sensibilità del pontefice. Vorrei spiegarne pubblicamente le ragioni.

In primo luogo, volevo subito mettere in chiaro che non si trattava di un appello anticlericale; l’anticlericalesimo è una posizione perfettamente legittima e degna, ma in questa vicenda il cuore del problema è un altro, è l’identità laica. Come non si puo` chiedere a un gatto di abbaiaree a un cane di miagolare, non si può pretendere che sia il Papa a preoccuparsi del rispetto della laicità. Il Papa, la Curia, la diplomazia vaticana tirano l’acqua al proprio molino. Il cuore di tutta questa vicenda non è che il Papa occupi uno spazio che non gli è proprio, ma che questo spazio venga lasciato vuoto e non presidiato dalle istituzioni laiche; nella fattispecie, in primis dal Rettore e da chi all’interno dell’Università lo ha sostenuto, in secundis da parte di esponenti della politica e della istituzioni con commenti fuori luogo.

Posta così la questione, la lettera è stata firmata anche da moltissimi cattolici; perché non è affatto vero che la laicità e la fede (o meglio, le fedi) siano disgiunte e contrapposte, ma possono e anzi devono convivere in una società libera e democratica, e la prima deve essere per cosí dire il contesto in cui le seconde si collocano.

Ma c’è un’altra ragione, alla base di quella frase. Nella società italiana si è persa la capacità di giudicare gli atti per quello che appaiono, siamo malati di dietrologia. In questa vicenda, però, a mio parere si tratta del classico caso in cui la forma diventa sostanza. Infatti, sin dall’inizio si è trattato di una vicenda carica di significati simbolici e di aspetti formali; si ritiene inopportuno ed irrituale che il Papa partecipi ad una certa cerimonia perché questa cerimonia ha certi significati e non altri; che l’atto di invitare il Papa sia stato un errore formale e sostanziale. E via dicendo. E allora, guardando alla forma degli atti e delle cose dette, il Papa ha ricevuto un invito che ha accettato, e quando si è scoperto ospite non gradito ha declinato. Formalmente ineccepibile. Che questo si sia poi trasformato in un ritorno d’immagine, che sia stata una mossa politicamente intelligente, è nella responsablità di chi ha servito questa occasione su un piatto d’argento, non di chi l’ha colta. Ecco, se in questo paese si rispettasero di più le forme e i riti della convivenza sociale e democratica, forse si comincerebbe a non ritenere che tutto sia permesso e che non sia mai necessario dimettersi, qualunque cosa accada.